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Antologia Testi

SCELTA ANTOLOGICA SULL'AUTOREALIZZAZIONE

"Lo studio è come la luce che illumina la tenebra dell’ignoranza, e la conoscenza che ne risulta è il supremo possesso, perché non potrà esserci tolto neanche dal più abile dei ladri".

SUA SANTITÀ IL XIV DALAI LAMA

Dal 1 gennaio 2016 riprende l'esposizione dei Testi circa l'Autorealizzazione 

I brevi commentari di accompagnamento all'inizio di ogni testo (lo scritto in corsivo) sono del curatore di questo sito Web. I Testi riportati e, qualche volta sintetizzati, sono tutti corredati dalla nota bibliografica completa di riferimento.

1.1. 2016

IL KARMA  

Anche il saggio agisce conformemente alla sua natura. Tutte le creature seguono le proprie inclinazioni; a che vale usare violenza?

" Ogni individuo ha il suo Karma-dharma, precedentemente maturato dagli atti adempiuti, che non può risolvere né con la ribellione né con la violenza. Non è con la violenza che si trascende il proprio destino, ma solo con la comprensione di ogni evento e di ogni possibile reazione alla vita".

(Bhagavadgita - Il Canto del Beato, a cura di Raphael, Edizioni Asram Vidya, Roma 1996, cap. III p. 98)

IL METODO DELL’AUTO-INDAGINE  SUL PENSIERO “CHI SONO IO?”

- LA MEDITAZIONE DI PURA CONSAPEVOLEZZA -

Il metodo meditativo per restare nella consapevolezza pura, con l’assenza di pensieri, sviluppato dal grande saggio Sri Ramana Maharshi è quello della domanda: Chi sono io? Rendiamo il metodo di auto indagine  completo per la ricerca di chi volesse intraprendere questo non facile regale cammino dell’Advaita Vedanta.

Quanto sorgono altri pensieri non si dovrebbe seguirli, ma si dovrebbe indagare: “A chi sorgono?”. Non importa quanti pensieri sorgano. Appena sorge un pensiero ci si dovrebbe interrogare diligentemente: “A chi è sorto questo pensiero?”.La risposta che dovrebbe sorgere è: “A me!”. Allora se si indaga: “Chi sono io?”, la mente tornerà alla sua sorgente e il pensiero sorto si placherà. In questo modo, con la pratica ripetuta, la mente svilupperà l’abilità di rimanere nella sua sorgente. Quando la mente, che è sottile, si proietta all’esterno attraverso il cervello e gli organi sensoriali, appaiono i nomi e le forme grossolane; quando rimane nel cuore, i nomi e le forme scompaiono. Non lasciare uscire la mente, ma trattenerla nel Cuore è ciò che è chiamato “dimorare all’interno” (antarmukha). Lasciare che la mente esca dal Cuore è noto come esteriorizzazione (bahirmukha). Così quando la mente rimane nel Cuore, l’”io”, che è la sorgente di tutti i pensieri,  scompare è il Sé eternamente esistente risplende. Qualunque cosa si faccia si dovrebbe farla senza l’ego, senza l’”io”. Se si agisce in questo modo, tutto apparirà della natura di Shiva (il Divino).         

                                                        CHI SONO IO?

Non sono il corpo grossolano che è composto dai sette umori (dhatu). Non sono i cinque organi di senso conoscitivi, cioè l’udito, il tatto, la vista, il gusto e l’odorato che percepiscono i loro rispettivi oggetti: il suono, ciò che si tocca, il colore, il gusto e l’odore. Non sono i cinque organi di azione, cioè gli organi della parola, della locomozione, dell’afferrare, dell’escrezione e della procreazione che hanno le loro rispettive funzioni: il parlare, il muoversi, l’afferrare, l’escrezione e il procreare. Non sono le cinque energie vitali, il prana, ecc. che eseguono rispettivamente le cinque funzioni dell’inspirazione, espirazione, ecc. Non sono nemmeno la mente che pensa. Non sono nemmeno la nescienza satura soltanto delle residue impressioni degli oggetti e nella quale non ci sono oggetti né funzioni.

Dopo aver negato tutto ciò, che è stato menzionato in precedenza come “non questo”, “non questo”, rimane soltanto quella Consapevolezza. Quello sono io.     

(S. Pillai e G.Seshayya -cur.- Chi sono io? Gli insegnamenti di Sri. Ramana Maharshi, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza 2012, p. 20 e p.11) 

                      

18.1.16

 

 Il Libro del Nulla

"IL LIBRO DEL NULLA" è uno dei testi fondamentali del Buddhismo Zen cinese (CHAN), esso forma con il "SURANGAMA SUTRA", il "LANKAVATARA SUTRA" e lo "SHOBOGENZO" il nucleo centrale dell'insegnamento della scuola cinese del Chan (Ch'an). Come l'Advaita Vedanta quest'insegnamento si basa sulla non-dualità.

La grande Via non è difficile per chi che non ha preferenze. Quando amore e odio sono entrambi assenti, ogni cosa viene svelata e diventa chia­ra. Se fai la più piccola distinzione, paradiso e terra saranno infinitamente lontani. Se desideri realizzare la verità non schierarti a favore o contro. La lotta tra ciò che si vuole e ciò che non si vuole è la vera malattia della mente.

 

I

Quando non si comprende il profondo significato delle cose, la pace essenziale della mente è disturbata senza alcun vantaggio. La via è perfetta come un vasto spazio in cui nulla difetti e nulla sia in eccesso. In realtà, spetta a noi decidere se accettare o rifiutare il fatto che non vediamo la vera natura delle cose. Non vivere nelle trappole delle cose esterne, né nei sentimenti interiori di vuotezza. Sii sereno senza forzare l’attività nell’interezza delle cose, e tali erronee convinzioni scompariranno da sole. Quando provi a interrompere l’attività per conseguire la passività, il tuo stesso sforzo ti pervade di attività. Fino a che rimani in un estremo o in un altro non conoscerai mai l’Interezza. Coloro che non vivono nella unica Via trascurano sia attività che passività, affermazione e negazione.

 

                                                                                                II

Negare la realtà delle cose è non cogliere la loro realtà; asserire la vanità delle cose è non cogliere la loro realtà. Più parli e pensi a ciò, più ti allontani dalla verità. Smetti di parlare e pensare e non ci sarà nulla che non sarai in grado di sapere.

III

Il ritorno alle origini serve a trovare il significato, ma basarsi sulle apparenze significa lasciarsi sfuggire la causa. Al momento dell’illumina­zione interiore si va al di là dell’apparenza e della vacuità. I cambiamenti che apparentemente avvengono nel vuoto mondo, noi li chiamiamo reali solo a causa della nostra ignoranza. Non cercare la verità; smetti solo di avere opinioni. Non rimanere in una condizione duale; evita con cura tale perseguimento. Se vi è una traccia di questo o quello, di giusto e di errato, la Mente-essenza verrà persa nella confusione. Sebbene tutte le dualità provengano dall’Unico, non avere attaccamento nemmeno ad esso. Quando la mente esiste indisturbata nella Via, niente al mondo può nuocerle, e quando una cosa non può più nuocere, essa cessa di esistere nel vecchio modo. Quando non sorgono pensieri discriminatori, la vecchia mente cessa di esistere.

IV

Quando gli oggetti del pensiero svaniscono, il soggetto pensante svanisce, poiché quando la mente sparisce, gli oggetti svaniscono. Le cose sono oggetti a causa del soggetto; la mente è tale a causa delle cose. Com­prendi la relatività di questi due e la realtà basilare: l’unità della vacuità. In questo Vuoto, i due sono indistinguibili e ognuno di essi contiene in sé il mondo intero. Se non fai differenza tra il mezzo e il fine non sarai tentato al pregiudizio e all’opinione.

V

Vivere nella Grande Via non è né facile né difficile, ma coloro che hanno punti di vista limitati sono timorosi e irrisoluti: più essi si affrettano, più lentamente essi vanno, e l’attaccamento non può essere evitato: anche il mostrare attaccamento all’idea dell’illuminazione significa andare fuori strada. Semplicemente lascia che le cose siano così come sono e non vi sarà né andare né venire. Obbedisci alla natura delle cose (la tua stessa natura), e camminerai libero e indisturbato. Quando il pensiero è in catene la verità è nascosta, poiché tutto è confuso ed oscuro e la gravosa pratica del giudizio porta molestia e stanchezza. Quali benefici possono derivare dalle distinzioni e separazioni? Se vuoi andare nell’unica Via non disde­gnare neppure il mondo delle sensazioni e delle idee. In verità, accettare pienamente essi è identico alla vera Illuminazione. L’uomo saggio non si sforza per il raggiungimento di alcun fine, ma lo stolto si ostacola da solo. Esiste un solo Dharma, verità, legge, non molti; le distinzioni nascono dal bisogno di attaccamento degli ignoranti. Identificare la Mente con la mente discriminante è il più grande errore di tutti.

VI

Calma e inquietudine derivano dall’illusione; con l’illuminazione non vi è ciò che si preferisce e cio che è sgradito. Tutte le dualità proven­gono da deduzioni inconsapevoli. Esse sono come sogni di fiori nell’aria; è sciocco cercare di afferrarli. Guadagno e perdita, giusto e sbagliato: questi pensieri devono finalmente essere eliminati immediatamente. Se l’occhio non dorme mai, tutti i sogni cesseranno naturalmente. Se la mente non discrimina, le diecimila cose sono così come sono, di sola essenza. Comprendere il mistero di questa Unica-essenza significa essere liberati da ogni impedimento. Quando tutte le cose sono considerate imparzialmente, l’Auto-essenza è raggiunta. Nessuna comparazione o analogia è possibile in uno stato privo di causa e relazioni.

VII

Considera fermo il movimento e mobile l’immobilità, ed entrambi gli stati di movimento e di quiete scompariranno. Quando tali dualità cessano di esistere, l’Interezza stessa non può esistere. A tale definitiva finalità non può applicarsi nessuna legge o descrizione. Per la mente unificata in accordo con la Via, tutte le aspirazioni provenienti dal sé fini­scono. Dubbi e indecisioni svaniscono e la vita in pura fede è possibile. Con un solo colpo siamo liberati dalla schiavitù; niente si attacca a noi e noi non tratteniamo niente. Tutto è vuoto, chiaro, auto-illuminante, senza l’uso dell’energia della mente. Qui pensiero, sensazione, conoscenza e immaginazione sono di nessun valore.

VIII

In questo mondo di Similitudine non esiste nemmeno il sé o l’altro-dal-sé. Per entrare direttamente in sintonia con questa realtà, quando i dubbi sorgono dì semplicemente “Non due.” In questo “non due” niente è separato, niente è escluso. Non importa quando o dove, illuminazione significa penetrare questa verità. E questa verità è al di là dell’estensione o diminuzione del tempo o dello spazio; in essa un singolo pensiero dura diecimila anni.

IX

Vacuità qui, Vacuità lì, ma l’universo infinito rimane sempre davanti ai nostri occhi. Infinitamente grande e infinitamente piccolo; nessuna dif­ferenza, poiché le definizioni sono scomparse e non si vedono limiti. Così pure circa l’Essere e il non-Essere. Non perdere tempo in dubbi e discus­sioni che non hanno nulla a che vedere con ciò. Una cosa, tutte le cose: si muovono e si mescolano, senza distinzione. Vivere in questa realizzazione significa essere privi di ansietà circa la non-perfezione. Vivere in tale fede è la strada al non-dualismo, poiché il non-duale è uno con la mente fiduciosa. Parole! La Via è oltre il linguaggio, poiché in essa non c’è

Nessun ieri

Nessun domani

Nessun oggi.

NOTA BIBLIOGRAFICA:

Sosan Hsin Hsin Ming - Il Libro del Nulla

Tradotto dall’origine cinese da Richard B. Clarke, maestro Zen ai Living Dharma Centers, Amherst, Massachussets e Coventry, Connecticut.

Tradotto in italiano da Andrea Mosca (www.ebooks4free.net)

Vidya Bharata - Quaderno n°136 Sosan Hsin Hsin Ming - Il Libro del Nulla

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NOTIZIA SUL COPYRIGHT

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19.2.16

MAESTRO ECKHART  E LO SLANCIO ESTATICO: "PREGHIAMO DIO CHE CI

LIBERI DALLO STESSO DIO"

Notate le parole  di questo breve testo che ho segnato in grassetto, notatele e contemplatele spesso, così realizzerete la verità.

Contemporaneo di Dante, Meister Eckhart divise la sua vita fra la predicazione e l’insegnamento della teologia, di cui fu magister a Parigi. Come per Dante, si può dire che la sua opera abbia avuto una funzione fondatrice in rapporto a una lingua. È appunto nei suoi sermoni in volgare che la lingua tedesca appare per la prima volta innervata dai termini della speculazione metafisica, che ritroveremo sino a Hegel e a Heidegger. Si può dire che tutta la grande filosofia tedesca, a partire dal Rinascimento, persegua un continuo e più o meno occulto dialogo con Eckhart. Ma in lui la potenza della riflessione si offre quasi come un dono della sua sovrabbondante vocazione religiosa. Con una naturalezza che non finisce di stupire, Eckhart illumina nei suoi Sermoni le immagini elementari, quelle che appartengono all’esperienza anche del più umile tra i suoi ascoltatori, e insieme le collega e articola senza perdere nulla della sua tensione speculativa. È propria di Eckhart, come dei più grandi mistici, la massima concretezza, la virtù di seguire la vita e la crescita delle immagini con l’amorosità di un giardiniere. Ed è propria di Eckhart anche l’audacia del «distacco», la capacità di guidare la teologia negativa verso la vertigine del nulla, con un gesto radicale che ricorda certi testi buddhisti. Allora lo slancio estatico si spinge sino all’estremo desiderio di liberarsi da Dio: «Perciò preghiamo Dio di diventare liberi da Dio, e di concepire e godere eternamente la verità là dove l’angelo e la mosca e l’anima sono uguali: là dove stavo e volevo quello che ero, ed ero quel che volevo».

(Presentazione a Meister Eckhart, Sermoni tedeschi, a cura di M. Vannini, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano 1985 IX ediz.)

5.3.16

LO SCENARIO VUOTO

Questo breve testo è utile per meditare sulla mente illusoria e ingannatrice, che come un elefante selvaggio corre di qua e di là senza posa. È necessario dunque domarla e riportare l'elefante nel recinto domestico della quite interiore, che poi è lo spazio libero del "vuoto", che dobbiamo conquistare con i nostri sforzi e il nostro impegno.

In questa prospettiva potrei definire la meditazione come il metodo spirituale (e quando dico "spirituale" mi riferisco alla ricerca interiore) per smascherare le false illusioni.

Dilapidiamo buona parte della nostra energia in aspettative illusorie: fantasmi che svaniscono nel toccarli. L'illusione è sempre un prodotto della mente, che ama distrarre l'uomo con raggiri, portandolo su un campo di battaglia dove non ci sono guerrieri, ma solo fumo, e stordirlo fino a renderlo incapace di reagire.

Noi che ci dedichiamo alla letteratura abbiamo molto chiaro che quel che sgorga dalla mente è morto e che invece vive ciò che scaturisce da un fondo misterioso- l'io autentico-. Questo fondo misterioso non é il piccolo io, ma l'io autentico, lo spazio da frequentare durante la meditazione. Questo fondo misterioso è come uno scenario vuoto. Proprio perchè è vuoto, si riesce a distinguere quel che vi entra. Meditare è rimuovere da quello scenario le marionette illusorie per poter scorgere quel che irrompe sul palcoscenico. Tra tante marionette illusorie, abitualmente non distinguiamo cos'è reale. Perciò il compito di chi si siede a meditare è fondamentalmente, di pulizia interiore. Ci spaventa lo scenario vuoto: tanta desolazione ci dà l'impressione di noia. Ma quel vuoto è la nostra identità più radicale, giacchè non è altro che pura capacità di recepire e accogliere.

(Pablo d'Ors, Biografia del silenzio, Edizioni Vita e Pensiero, Milano 2014, p.59)

12.03.16

QUALCHE PENSIERO SULLA MORTE E L'IMMORTALITÀ

Ho trovato in un libro la seguente lettera di Padre Anthony Elenjimittam, che mi donava, dietro mia richiesta, qualche pensiero sulla morte e l'immortalità. 

Caro fratello Vincenzo,

eccomi con qualche pensiero sulla Morte e l'immortalità. L'anima essendo un "frammento di Dio", come ci insegna Krishna nella Bhagavad Gita (cap. XV,7), è eterna e immortale. Morte significa solo un cambiamento della residenza dell'anima, la quale riceve un corpo determinato dalla legge del Karma. L'anima non nasce e non muore. È il corpo che nasce e muore. Il ciclo della nascita e della morte del corpo continua finché l'anima non si è del tutto liberata dall'ignoranza (avidya), meritando così l'unione con l'Anima Universale di Dio. I nostri pensieri, le parole e le opere registrano sul nostro psiconastro le loro impressioni che, poi, determinano le nostre vite successive sulla terra o altrove. Che cos'è la morte? Se non la separazione dell'anima individuale dal corpo che le era stato assegnato? Noi riceviamo questo o quel corpo secondo l'operato delle vite precedenti, secondo le impressioni karmiche delle nostre vite precedenti. La legge del Karma è inviolabile e funziona con una precisione matematica. L'anima, essendo un frammento di Dio, è intrinsecamente immortale. Un frammento di Dio è anche la totalità di Dio. Aristotele, nel suo Trattato sull'anima dice: "Tutta l'anima  risiede in tutto il corpo ed anche in qualsiasi parte del corpo". Dio, l'Anima Universale, vive e vibra in tutto l'universo, come in qualsiasi parte dell'universo. Nascita e morte toccano solo il corpo, non l'anima, che è intrinsecamente immortale. Anima non nasce e non muore, ma vive e funziona in questo corpo o in un altro. Secondo la filosofia della vita di Sri Krishna nella sua Bhagavad Gita (capitolo VII) dice che, soltanto l'anima (il principio vitale) è la Natura Superiore di Dio, mentre tutto il resto è considerato come la Natura inferiore di Dio. Quando viene studiato da vicino, l'anima, il principio vitale non è altro che Coscienza impoderabile. Concludendo: il corpo animato è mortale, mentre l'anima è intrinsecamente immortale. Finché vivremo nell'ignoranza, identificandoci col corpo animato, non potremo aver coscienza dell'immortalità dell'anima. Ma quando sediamo in meditazione sperimentiamo la pura Coscienza dentro di noi, che é del tutto differente e staccata dalla materia provvisoria vivificata dall'anima. Allora ci sarà chiara e trasparente la distinzione tra corpo mortale ed anima immortale.

(Anthony Elenjimittam, 8 novembre 2009)   

04.04.16

LA SOPPRESSIONE DELLA MENTE

 Meditare sulla mente significa essere consapevoli tutto il giorno di ciò che accade in essa, allora dopo un certo tempo la mente si rivela per ciò che è, così ogni afflizione finisce.

È la mente la sola causa del legame e della liberazione degli uomini: quando è attaccata agli oggetti dei sensi, si dice, porta al legame, quando è senza oggetto porta alla liberazione.

Poiché è riconosciuto che la liberazione appartiene alla mente senza oggetto, chi desidera la liberazione deve mantenere sempre la mente senza oggetto.

Quando la mente, eliminato ogni attaccamento agli oggetti dei sensi, è completamente arrestata nel cuore, allora si raggiunge lo stato in cui la mente è trascesa, che è la condizione suprema. Occorre arrestarla nel cuore fino a che non si sia estinta: questa è la conoscenza e la meditazione, il resto è verbosità di ragionamenti.

(Vidyaranya, La liberazione in vita, a cura di Roberto Donatoni, Adelphi Edizioni, Milano 1995, p.153)

 

 

  LA MENTE È IL MAESTRO FONDAMENTALE

 

Domanda:“Che cosa puoi dire in merito al fatto di definire la mente il maestro fondamentale?”.

Risposta: “La mente autentica esiste spontaneamente. Non deriva dall’esterno, non chiede il salario del maestro. Nei tre tempi non c’è nulla di più intimo della mente. Se si conosce la quiddità autentica e si attiene ad essa (alla mente), si arriverà all’altra sponda. Coloro che cadono nell’illusione rigettano la mente impantanandosi nei tre sentieri (il sentiero delle illusioni, delle afflizioni e della mortalità). Per questo so che tutti i Buddha dei tre tempi (passato, presente e futuro) considerano la propria mente come maestro. Per questo il Trattato dice: Tutti gli esseri senzienti dipendono, quanto all’esistenza, dalle onde della falsa consapevolezza: la loro essenza è vuota. Se ci si attiene con chiarezza alla mente, la falsa mente non viene originata e si arriva alla non produzione. Per questo so che la mente (deve essere considerata) il maestro fondamentale”.     

(Leonardo Arena, Antologia del Buddhismo Ch’an, Arnondo Mondadori Editore, Milano 1994,  p.75).

 

La mente è vincolata dalle impressioni latenti (i vasana); quando non ci sono impressioni essa è libera. Perciò o Rama, giungi presto, per mezzo della discriminazione, a quello stato in cui non ci sono impressioni.

(Anthony Elenjimittam, Yoga Vasishta sara, la quintessenza dello yoga, Missione Sat-Cit-Ananda, Aquinas Pubblications, Bombay, India 1987, p. 28).

 

 06.05.16

LA MEDITAZIONE È NECESSARIA PER RAGGIUNGERE L’ESSENZA DELLA

VERA NATURA

Senza meditazione non c’è illuminazione; senza illuminazione non c’è possibilità di distinzione tra l´ego e il vero Io, identificandoci con il quale e dimorando nel quale consiste la vita immortale. L’Advaita Vedanta di Sankara, Gaudapada e Barayana; il buddhismo Zen di Bodhidharma, Hui-Neng e Bassui Toshido, il taoismo di Lao-tzu e Chuang-tzu concordano tutti su questo punto: la meditazione è necessaria per raggiungere l’essenza della nostra vera Natura, ossia l’essenza della nostra mente e la quintessenza della Realtà. Di qui il tradizionale detto che contiene la sintesi dello Zen: “Al di fuori della dottrina; indipendente dalla tradizione. Non fondato su parole e su lettere. Mira direttamente alla Mente originaria. Così vedrai la tua vera natura e raggiungerai l’essenza del Buddha”.

(Anthony Elenjimittam, Meditazione per  la  realizzazione del Sè)

  04.06.16

VOLGERE LA MENTE ALL'INTERNO

Per meditare sulla mente tutto il giorno bisogna esercitarsi per portarla e volgerla all'interno. Vi ho segnato in grassetto e in corsivo le parole chiave da portare in meditazione. Auguro a tutti buon lavoro interiore.

Ramana Maharshi, il grande saggio di Aruncala, sintetizza il suo insegnamento in poche parole:

"Volgere la mente all'interno è tutto ciò che è necessario"

 Nel  "MAHAMUDRA" o "GRANDE SIGILLO" di Tilopa (antico, grande mistico e maestro del buddhismo tibetano antico), cosí è scritto:

"Smetti di fare qualunque movimento fisico e rimani tranquillo nello stato naturale. Non hai nulla da dire i suoni sono vuoti come l'eco. Non hai nulla a cui pensare, contempla ciò che trascende la mente". 

(Tilopa, Il Grande Sigillo, Mahamudra, a cura di Giuseppe Baroetto, Magnanelli Edizioni, Torino 2009, p.21)

 

 24.06.16

  

COME SI POSSONO METTERE A TACERE I PENSIERI

Gli oranti cristiani, proprio per la loro pratica di preghiera, sono tormentati da ogni genere di pensieri, perciò spesso si chiedono come si possono mettere a tacere i pensieri inutili e dannosi. L'unica pratica è quella dell'attenzione interiore, che nel Buddhismo si chiama "Vipassana", oppure "Visione profonda".

Secondo l’insegnamento patristico per purificare il cuore dai pensieri malvagi e inutili, “bisogna essere attenti a se stessi”(cfr. Deuteronomio 4,9), vigilando su ogni pensiero, su ogni piccolo moto del nostro animo; questa è un’ardua impresa, poiché i pensieri sono la piaga del genere umano, essi perseguitano e tormentano specialmente le menti impure degli uomini passionali. (…) I pensieri sono come un drago dalle mille teste, quanto più ne tagli, tanto più ne crescono. Non esiste sulla terra nessuna scienza, nessuna forza e nessun mezzo, che può essere d’aiuto o di sollievo a questa infelicità dell’essere umano.Quale essere vivente può gloriarsi di possedere un intelletto puro e libero dai pensieri insignificanti? Quante volte lamentiamo di essere stati sopraffatti dai pensieri peccaminosi durante la preghiera senza averli voluti? La mente è per sua natura in continuo movimento e non può essere fermata che da Dio, il quale riposa nel nostro cuore. Si deve rinchiudere l’intelletto nel cuore e mantenerlo fermo davanti al volto di Dio, senza immagini, sogni o pensieri, pienamente nudo.

(Schimonaco Ilarion, Diario sulla preghiera di Gesù, a cura di V. Noja, Edizioni Paoline, Milano 2010, da: pp.126 e 128).      

 

  24.07.16

                                                                                 

   IL DISCORSO DI BENARES 

 L’ottuplice sentiero che regola la mente

Questo discorso insegna a percorrere l’ottuplice sentiero per la realizzazione della nobile quarta Verità. Nella tradizione Buddhista Theravada la meditazione assidua, l’approfondimento del discorso delle quattro nobili Verità e dell’ottuplice nobile sentiero, rappresentano la Via principale verso il Nirvana.   

Il santo nobile ottuplice sentiero, conduce dunque alla fine del dolore.

Cos’è dunque la santa verità della fine del dolore? È appunto questo santo ottuplice sentiero, ossia: retta conoscenza, retto pensiero (o intenzione), retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta meditazione di consapevolezza, retto raccoglimento (retta concentrazione).

Cos’è la retta conoscenza? È la comprensione del dolore, la conoscenza dell’origine del dolore, la conoscenza della fine del dolore, la conoscenza della via che conduce alla fine alla fine del dolore. Questa si chiama retta conoscenza (o retta comprensione).

E che cos’è il retto pensiero (o retta intenzione)? L’intenzione di rinunciare, intenzione di non odiare, intenzione di non nuocere, questa si chiama retto pensiero o retta intenzione.

Cos’è la retta parola? L’astensione dalla menzogna, l’astensione dalla calunnia, l’astensione dall’ingiuria, l’astensione dal vaniloquio. Questa si chiama retta parola.

Cos’è la retta azione? L’astensione di togliere la vita agli altri, l’astensione dal prendersi ciò che non viene dato, astensione dall’indulgere alla lussuria. Questa si chiama retta azione.

Cos’è il retto mezzo di sussistenza? Quando si abbandona la falsa vita e si ci sostiene mediante mezzi non biasimevoli. Questa si chiama retta vita o retti mezzi di sussistenza.

È cos’è il retto sforzo? Quando si sforza la propria volontà, quando si richiama la propria energia, quando si prepara l’animo alla lotta per non far sorgere cattive e malefiche cose, quando si prepara l’animo alla lotta per non far sfuggire e completare le cose benefiche. Questo si chiama retto sforzo.   

Che cos’è la retta meditazione di consapevolezza? Quando si dimora nel corpo considerando il corpo,  cosciente, meditante, lontano dalle brame e dalle cure del mondo. Quando si dimora nell’animo, instancabile, considerando l’animo; quando dimora nelle sensazioni, considerando le sensazioni; quando si dimora nei sentimenti considerando i sentimenti. Quando si dimora nei fenomeni considerando i fenomeni. Questa si chiama retta meditazione della consapevolezza[1].

Cos’è il retto raccoglimento (o retta concentrazione)? Quando lontani dal mondo e dalle cose insane, purificati, ci si siede in pace, nella beata serenità, con la mente applicata in modo continuato, allora si entra nella prima contemplazione; Dopo che l’applicazione iniziale svanisce e si sviluppa l’unità della mente, nata dal raccoglimento interiore, si raggiunge la calma e la beata serenità, allora si entra nella seconda contemplazione; quando si dimora in serena pace, equanimi, savi, chiari e coscienti, provando nel corpo quella felicità dei santi, per cui si dice: “Chi è equanime e savio vive felice”, allora si raggiunge e si entra nella terza contemplazione. Con l’abbandono dei piaceri e dei dolori, dopo aver annientato la letizia e l’angoscia, si entra e si dimora nello stato di consapevolezza equanime, non triste, non lieta, savia, fatta di perfetta purezza, allora si raggiunge e si entra nella quarta contemplazione. Questo si chiama retto raccoglimento, o retta concentrazione[2], che conduce alla fine del dolore.

Ecco l’esposizione e la rivelazione delle quattro sante verità».  

(La Saggezza del Buddhismo, il Sentiero dell'Illuminazione, a cura di V. Noja, Edizioni Paoline, Milano 2014, pp. 54-57)

14.08.16

LA MENTE È TUTTO!

La mente è causa di tutto, del bene e del male. Bisogna coltivarla ed addestrarla giorno dopo giorno come si

addestra un cavallo selvaggio.

"Chi tiene le redini della propria mente, raggiunge la meta del viaggio." (Katha upanisad)

"Per gli uomini la mente è l'unica causa di schiavitù e di liberazione; se aderisce agli oggetti dei sensi, è causa di schiavitù; se è vuota di ogni oggetto è causa di liberazione." (Maitry upanisad)

14.09.16

LA VIA DELLA PERFEZIONE

Una volta lo "Jehudi", l' "Ebreo", fu pregato di esaminare sulla Ghemarà il tredicenne Hanoch, il futuro Rabbi di Alexander. Il ragazzo dovette riflettere per un'ora intera sul passo assegnatogli, prima di poterlo spiegare. Infine lo zaddik posò la mano sulla guancia di Hanoch e disse: «Quando avevo tredici anni passi più difficili di questo mi erano chiari in un attimo, quando ne avevo diciotto ero considerato un grande della Torà». Ma mi convinsi che l'uomo non può arrivare alla perfezione col solo studio. «Compresi ciò che si racconta del nostro padre Abramo; come egli scrutasse solo, luna e stelle e non trovasse in alcun luogo Dio, e come nel non trovare gli si manifestasse la presenza di Dio.[1]Per tre mesi covai in me questo riconoscimento. Poi scrutai tanto fino a che giunsi anch'io alla verità del non trovare. »

(M. Buber, I Racconti dei Hassidim, Ugo Guanda Editore, Parma 1992,.p. 495-496)

 

MORIRE PACIFICAMENTE

Se uno vuole morire pacificamente, deve cominciare ad aiutare se stesso molto prima che il suo tempo sia giunto.

Swami Muktananda

03.11.16

Versi ispirati dagli antichi insegnamenti sul non dimorare

«La parola “buddhismo” viene associata a una grande varietà di pratiche religiose. Tutte quante hanno la loro origine nel Buddha storico, Gotama Siddharta detto Sakyamuni, che visse e insegnò nell’India del Nord più di 2500 anni fa. Molti si avvicinano al Buddhismo perché la meditazione, quale strumento di pace interiore, è compatibile con qualsiasi altra convinzione religiosa. La meditazione è il cuore della pratica buddhista. In questo libro – da cui riportiamo le citazioni che seguono – sono presenti in modo chiaro e profondo le assunzioni dottrinali e gli insegnamenti fondamentali del Buddha.»

Questi versi fanno parte dell’antico insegnamento del buddhismo Theravada, secondo il quale dobbiamo lasciar andare l’io, il tempo e lo spazio; abbandonandoli, tutte le domande trovano risposta e così avviene la fine di ogni sofferenza.

«Esiste, o monaci, quello stato in cui non vi è terra, non vi è acqua, non vi è fuoco, non vi è aria, non vi è sfera dell’infinità dello spazio, non vi è sfera dell’infinità della coscienza, non vi è sfera della nullità, non vi è sfera della “né percezione né non percezione”, né questo mondo né un altro mondo né entrambi, né il sole né la luna. Qui, monaci, io dico che non vì è giungere, non vi è andare e non vi è rimanere, non vi è crescita e non vi è decrescita. Esso non è fisso, non è mobile, non ha sostegno. Proprio questa è la fine della sofferenza». (K. Seindenstücker, Ud?na VIII,1, p. 93)
 

Dal discorso del fuoco dell’attaccamento

Nel sermone del fuoco il Buddha insegna che il fuoco dell’attaccamento brucia interiormente, ci distrugge ed è causa delle più grandi sofferenze. In pratica dove c’è attaccamento e senso di possesso tutto brucia, dove invece si “lascia andare” dimora la consapevolezza delle cose così come sono, allora c’è chiarezza, calma mentale e nulla più brucia.

«Cosa brucia dunque? Tutto brucia per mezzo del fuoco dell’attaccamento, del fuoco dell’avversione e del fuoco della confusione. L’occhio brucia, il contatto brucia, la coscienza brucia con il fuoco della passione, dell’illusione, recando dolori, afflizioni e distruzione. Le orecchie bruciano, le sensazioni bruciano, la lingua brucia, la mente brucia, gli oggetti della mente bruciano, la coscienza mentale brucia e qualsiasi cosa sorga in dipendenza dal contatto mentale con i suoi oggetti, brucia. Le sensazioni tattili e la coscienza tattile anch’esse bruciano.
Il piacere, il dolore brucia, come la nascita, l’invecchiamento e la morte.
Tutto brucia mediante il fuoco della passione, dell’avidità, dell’illusione.
Il fuoco si spegne quando cresce nella mente e nel cuore l’invincibile, nobile disciplina interiore. L’invincibile nobile disciplina disincantata dal contatto con l’occhio e la vista, disincantata nei confronti dell’orecchio e dell’udito, disincantata nei confronti del naso e dell’olfatto, disincantata nei confronti della mente e degli oggetti mentali, disincantata nei confronti delle passioni e degli oggetti delle passioni, disincantata nei confronti del piacere e del non piacere, disincantata nei confronti della lode. Così la vita santa è completata, perché il mondo sensoriale può deluderci, crediamo che ci faccia felici, ma alla fine ci dà un senso di vuoto e di sofferenza. Se invece impariamo a guardarlo senza giudicarlo, senza attaccarci, senza senso di possesso, questo mondo illusorio svanisce per cedere il posto alla Verità disincantata. Impariamo a vedere la verità della sofferenza dimorando semplicemente nella consapevolezza delle cose, così come esse sono, rispettandole con gentilezza, compassione e chiarezza, senza senso di avversione, di avidità e di possesso, figli dell’ignoranza.
Dimorare nella consapevolezza libera e aperta dove niente più brucia, dove c’è calma e pace. Insomma, bisogna mollare la presa dimorando di fronte alle cose così come sono, senza essere catturati dagli stimoli sensoriali. Solo così non causeremo più sofferenza a noi stessi e in conseguenza agli altri».

(Raccolta di discorsi riuniti, 35.28 [Il sermone del fuoco]. Versione abbreviata mediante un commento del curatore basato sull’ascolto di un discorso di Ajahn Chandapalo del Monastero Theravada “Santacittarama”di Rieti)

(DAL LIBRO: “LA SAGGEZZA DEL BUDDHISMO, IL SENTIERO DELL’ILLUMINAZIONE”, A CURA DI VINCENZO NOJA, EDIZIONI PAOLINE, MILANO 2014, pp. 58-60).

 

02.1.17

LA TRANQUILLITÀ DELLA MENTE

Quando la mente è turbata e confusa, non può riflettere. È la tranquillità della mente che la rende capace di ricevere impressioni e di rifletterle. In persiano, la mente viene chiamata specchio. Tutto ciò che è posto di fronte a uno specchio, vi si riflette, ma quando le cose vengono tolte, lo specchio rimane pulito. Nulla vi rimane. Gli oggetti rimangono nello specchio fino a quando convergono nello specchio, lo stesso succede con la mente. La qualità che rende la mente a volte attiva e a volte passiva, che fa si che essa una volta rifletta ciò che vede e un’altra non lo faccia, affinché nessun altro riflesso esterno possa toccarla, questa qualità si sviluppa con la concentrazione, la contemplazione e la meditazione. La mente viene istruita dal maestro a immergersi nel profondo, a elevarsi in alto, a espandersi, a concentrarsi su una sola idea. Così una volta dominata la mente si diventa padroni della vita (…)

 (Hazrat  Inayat Khan, La purificazione della mente, tecniche Sufi , Edizioni Mediterranee, Roma 1991, p.63)



 10. 02. 17

AL MOMENTO DELLA MORTE PORTERAI CON TE SOLO LA CONSAPEVOLEZZA CHE AVRAI RAGGIUNTO

 Una breve meditazione sulla morte secondo Osho.

“Questa vita è un caravanserraglio, è un luogo in cui trascorri la notte e da grande partirai il mattino seguente.

Ricorda: è importante solo ciò che potrai portare con te quando lascerai il corpo.

Questo significa che eccettuata la meditazione, niente è importante. Eccettuata la consapevolezza  niente è importante, perché la consapevolezza è l’unica cosa che la morte non potrà toglierti. Ogni altra cosa proviene dall’esterno. Solo la consapevolezza  affiora dalla tua interiorità e non potrà esserti tolta, come neppure le ombre della consapevolezza: l’amore e la compassione potranno esserti sottratte, perché appartengono intrinsecamente alla tua consapevolezza. Porterai con te solo la quantità di consapevolezza che avrai raggiunto: questa è l’unica tua vera ricchezza!”

(Osho “I misteri della vita”, Mondadori, Milano 2006, p. 16)

10. 03. 17

SENZA LA MEDITAZIONE NON C'È L'ILLUMINAZIONE

Senza la meditazione non c’è l’illuminazione; senza illuminazione non c’è possibilità di distinzione tra l’ego e il vero Io. Solo identificandoci con quest’ultimo e dimorando in esso si sperimenta la vita immortale. L’Advaita Vedanta di Sankara, Gaudapada e Barayana; il buddhismo Zen di Bodhidharma, Hui-Neng e Bassui Toshido; il Taoismo di Lao-tzu e Chuang-tzu concordano su quest’unico punto: “la meditazione è necessaria per raggiungere l'essenza della nostra vera Natura, ossia l’essenza della nostra mente e la quintessenza della Realtà”. Di qui il tradizionale detto che contiene la sintesi dello Zen: “Al di fuori della dottrina; indipendente dalla tradizione. Non fondato su parole e su lettere, mira direttamente alla Mente originaria. Così vedrai la tua vera natura e raggiungerai l’essenza del Buddha”.

 (Anthony Elenjimittam, Meditazione per la realizzazione del Sé, Ugo Mursia Editore, Milano 1995,  p. 23.)   

 23. 09. 17

  I CUORI MORTI

L' antica tradizione del sufismo tramanda questa breve narrazione, che è valida per i fedeli "dormienti" di tutte le tradizioni religiose e spirituali.

Ad un maestro Sufi alcuni fedeli gli dissero: Maestro: «i nostri cuori sono addormentati, giacché la tua parola non fa effetto. Che dobbiamo fare?». «Volesse il cielo - rispose- «che fossero solo addormentati giacché un dormiente, quando è scosso, si sveglia. I vostri cuori sono morti, ché per quanto li scuota non si svegliano».

(Da un testo non ritrovato)

 

 



[1] Da diversi Midrashim.

 

 



[1] Questa è la meditazione di consapevolezza, che opera a favore sia della calma concentrata (Shamatha) che della visione profonda Vipassana..

[2] La retta concentrazione occupa l’ultimo posto del nobile ottuplice sentiero, ma in verità la meta finale si raggiunge con lo sviluppo della visione profonda o saggezza.

 

 

 

 

 

 

 

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(SETTEMBRE - DICEMBRE 2010)

La purezza del cuore e la meditazione

La purezza del cuore è uno dei requisiti della sapienza e della visione dei saggi e dei santi: essa dona l’immortalità, liberandoci dalle fauci della morte e da quella dolorosa serie di trasmigrazioni che ci porteranno, alla fine, alla realizzazione del Sé, come il ritorno del figliol prodigo alla casa del Padre Celeste.

La purezza del cuore fu molto ambita e perseguita da numerosi filosofi e saggi come Pitagora, Plotino, Apollonio di Tiana, gli Esseni, gli Accademici e così via.

La nostra vita sulla Terra dev’essere accettata come un male necessario per sfuggire a un male ben più grande e a un inferno ancor più terribile.

Infatti, se consideriamo a mente fredda la nostra attuale esistenza sulla Terra, possiamo constatare come essa non sia altro che un incarceramento della mente in un corpo per scontare crimini commessi altrove e in altri tempi: l’uscita dalla prigione sarà il premio per il nostro buon comportamento in questa vita. Il corpo, che è una sorta di estroflessione dei nostri pensieri e desideri, è stato plasmato per consentirci di entrare in contatto con l’universo fisico per mezzo della vista, dell’udito, del gusto, dell’odorato e del tatto, in modo che dalla percezione del mondo fisico salissimo a quella dell’universo spirituale retrostante, sempre più in alto sino alle nostre dimensioni e potenzialità divine. Ma disgraziatamente, a causa della nostra irriflessione e dell’attaccamento agli oggetti dei sensi, e anche alla confusione tra piacere e felicità, ci lasciamo irretire dall’illusione e dai legami mondani e precipitiamo sempre più in basso dietro pensieri e desideri degradanti, invece di salire verso le alte vette.

In altre parole, il corpo, che dovrebbe essere per noi tempio dello Spirito Santo e gradino della scala della perfezione spirituale, diventa fonte di tentazione e causa di degradazione e di innumerevoli sofferenze e miserie.

Questa è la tragica condizione dell’uomo non illuminato dal retto pensare, dalla meditazione profonda e dalla contemplazione della realtà delle cose, ma ingannato dalla Maya,

la dea della relatività e dell’illusione che lega le mani e i piedi di molti esseri, ne oscura la mente, ne debilita la volontà, lasciandoli nella miseria e nel fango e impedendo loro di salire la scala della perfezione spirituale e di diventare “perfetti come è perfetto il Padre celeste”, secondo il comandamento di Gesù.

Questa vita è una palestra per la pratica della virtù e l’acquisto della saggezza.

Se non la consideriamo una prigione per pagare i debiti delle nostre malefatte passate, possiamo viverla come un purgatorio. Ma mai e poi mai dovremmo considerare un paradiso questo seppellimento della mente in un corpo. È causa dell’errata concezione della vita come paradiso terrestre che noi tutti ci sentiamo tanto attaccati ad essa al punto di rifiutare di lasciarla e di avere paura della morte e ci abbandoniamo a tutti i vizi che ci avvincono a questa Terra fangosa e miserabile. Ma se si accetta la vita come una palestra, come un purgatorio o al più come una prigione, allora esiste la possibilità di valutare meglio le cose e di non essere irretiti dall’illusione cosmica o Maya, il potere che ci fa discendere su questa Terra e dal quale dobbiamo liberarci. Per capire tutto questo, dobbiamo riflettere in modo obiettivo e spassionato, soprattutto avvalendoci della meditazione per non continuare ad essere più schiavi delle nostre passioni e dei nostri pregiudizi, e poter valutare la cose nel modo corretto. Le cose dovrebbero essere viste e percepite, vissute e reinterpretate alla luce della ragione, dell’intelligenza e della saggezza, evitando di seguire ciecamente i nostri sensi. (…) Allora comprenderemo innanzitutto[1] che l’abisso che separa il microcosmo dal macrocosmo è solo mentale, poiché ogni cosa è l’Uno, un’unica e sola Realtà, che solo la nostra debole mente frammenta e suddivide. Eliminata la mente, ogni cosa diventa un’unica e sola Realtà infinita. Ciò si può scoprire con la meditazione, specialmente quando ci si immerge nella pace di Madre Natura.

(Anthony Elenjimittam, Meditazione per la realizzazione del Sé , pp. 85-87)

Il Silenzio mentale

La sola possibile soluzione è quindi di praticare il silenzio mentale nell'ambiente e nel punto dove apparentemente sembra più difficile; nella strada, nel metrò, al lavoro e dappertutto. Invece di passare quattro volte al giorno per il Boulevard Saint Michel come un pover'uomo stanco obbligato a camminare svelto, si può passare le stesse quattro volte coscientemente, come un ricercatore. Invece di vivere in un modo qualsiasi sperduto in una moltitudine di pensieri non solamente privi d'interesse, ma che esauriscono sfibrando l'essere, si possono riunire i fili sparsi della propria coscienza e lavorare, lavorare su sé stessi ad ogni istante. Allora la vita incomincia a prendere interesse, un interesse assolutamente inaspettato, perché le minime circostanze divengono l'occasione di una vittoria su se stessi. Avremo allora un orientamento, sapremo dove andare invece di camminare alla cieca. Lo yoga non è una maniera di fare, ma una maniera d'essere.

(Satprem, Sri Aurobindo l'avventura della coscienza, p. 40)

Meditazione

La via più sicura, più breve più indispensabile per lo studio della mente e per il controllo dei suoi movimenti, per il dominio delle sue passioni e dell’emotività, è certamente la meditazione.

Che cos’è la meditazione? La meditazione è la focalizzazione introspettiva della mente su se stessa, per una durata sufficiente a tenerla per così dire “legata” su di un dato pensiero, idea o forma, finché con questa focalizzazione concentrata si aprano delle porte nuove, sia nella conoscenza di noi stessi, sia in quella dell’oggetto della meditazione. La mente è simile alla scimmia che salta da un ramo all’altro in cerca della frutta da mangiare, seguendo il suo capriccio, cercando ciò che le dà piacere e fuggendo ciò che le dà dispiacere. Quando la scimmia si è riempita lo stomaco a sufficienza, si mette in cerca dei piaceri del sesso con altre scimmie, e poi, sempre in uno stato di irrequietezza, guarda qua e là. Anche l’uomo è così, finché non ha imparato a meditare e a controllare se stesso, i propri moti mentali e fisici, ed a conquistare quella calma, quella tranquillità che sono tanto necessarie per la pace e la serenità dell’anima, per vivere la gioia nello Spirito Santo.

Nell’ascesi della meditazione noi cominciamo la salita dalla base, ossia dalla capacità della mente di concentrarsi su di un dato pensiero, concetto, parola o forma.

Per chi comincia la via della meditazione il modo più facile per concentrare la mente sarebbe una certa visualizzazione di un luogo o di un oggetto, ossia formarsi un’immagine viva di un luogo, di una persona o di un oggetto accessibili ai sensi, e poi addestrare la mente a rimanere fissa e ad approfondire da ogni lato il significato di quell’immagine, parola, concetto o proposizione. L’immagine di Gesù, di Buddha, di Zarathustra, di Platone, o di qualsiasi altro sublime personaggio, quale Gandhi, Schweitzer, Annie Bésant, la Mére dello Sri Aurobindo Ashram, Ananda Moyi Ma, Sri Bhagavan Sthya, Sai Baba, e così via, è la più adatta a formare oggetto di meditazione, anche perché la sublimità delle loro personalità giova alla meditazione, che durerà per un tempo più o meno lungo, a seconda del progresso che l’aspirante ha fatto.

Ai livelli più alti della meditazione introspettiva noi ci dissociamo, ci sganciamo dal mondo fenomenico, liberandoci dalla sua concatenazione causale, cioè dal mondo del divenire. L’emancipazione dello spirito significa il rientro dell’io fenomenico nel mondo noumenico; [1] l’anima in peregrinazione che rientra nel cuore dello Spirito, nell’Atman interiore (…). Caduto il muro dell’io empirico l’anima s’immedesima così con la Superanima interiore, che è fusa con il Brahman esteriore.

(…) La meditazione introspettiva è la scala santa che conduce al cielo, mentre la vita estroversa, dispersiva è la scala che scende al Sheol, alla Ghenna, all’inferno, alla città dolente dei dolori eterni. Questo aggettivo “eterno” va però preso cum grano salis.

In quanto, a stretto rigore filosofico, logico e teosofico, di Eterno c’è solo il Sé, l’Atman, il Brahman, il Divino, l’Assoluto. Tutto il resto è relativo; il paradiso e l’inferno eterni significano solo gioia più o meno lunga, seconda i meriti e i demeriti. Un Dio eterno e un paradiso eterno sono termini contradditori. L’Eterno, l’Uno senza secondo, come ci insegnano le Upanisad, è solo, Unico, senza dualità. È utile dire alla gente che il paradiso e l’inferno sono eterni, con un fuoco inestinguibile e con i diavoli che torturano i peccatori, affinché si risvegli dal suo sonno e cerchi la Realtà.

Un secondo gradino nell’ascesi meditativa, che consigliamo agli aspiranti della realizzazione, è la meditazione approfondita e prolungata sulle Mahavakya, ossia i grandi detti tratti dai testi scritturali e quelli che ci comunicano i saggi e i santi di tutti i tempi e di tutte le religioni storiche.

Così si può meditare su: “Deus meus et omnia: Iddio mio, mio Tutto”, di san Francesco, oppure su: “Beati i puri di cuore perché loro è il Regno di Dio”, o qualsiasi altro detto di Gesù Maestro.

Si può profittevolmente meditare sul suono vibrante vedico dell’AUM, oppure sul detto Tat twam asi : Tu sei Quello, come altri detti vedici e delle Upanishaden.

Dal Corano, come dalla Bibbia si può scegliere un testo qualsiasi per meditare, approfondire e farne sangue del nostro sangue, vita della nostra vita, carne della nostra carne, anima della nostra anima. Se tu vuoi un passo buddista, puoi prendere il sutra o mantra: Om Mani Padme hum oppure, nello spirito del Sangha, ossia la collettività degli aspiranti alla liberazione, ripetere meditando: Buddham Sharanam gacciami, Dhammam sharanam gacciami, sangham sharanam gacciami.

(…) Davanti a questa meravigliosa esposizione dei gioielli dello spirito, ci è dato di scegliere le gemme che ci abbisognano dalle varie tradizioni religiose: Cristiana, Indù, Buddista, Taoista, Confuciana, Scintoista, Ebraica e del Sufismo mussulmano.

Questo è un grande patrimonio comune di tutta l’umanità.

Salendo più in alto sulla scala santa della meditazione, giungiamo là, al punto dove non ci sono più parole o testi sacri a guidarci, ma solo la nostra mente, per poter entrare nei recinti più reconditi dell’autoconoscenza. Siamo alla frontiera del silenzio esterno, fisico, mentale ed anche intellettuale, affinché possiamo rivolgere su noi stessi il faro della consapevolezza, e così potremo dire ed avere l’esperienza che “Io e il Padre mio siamo Uno”. (…) Arriviamo così alla meditazione “senza forme e senza nomi”, che trascende pensieri e ragionamenti, che gli indiani chiamano Dhyana Samadhi, Ch’en i cinesi e i Giapponesi Zen. In questo tipo di meditazione si scarta ogni tipo d’appoggio, scritture, profeti, chiese ed ogni altro intermediario, per contemplare la Realtà nella sua nudità. Viene eliminata finanche la distinzione tra contemplatore e oggetto contemplato, culminando poi nella fusione di queste tre componenti in una ed unica esperienza, nell’immersione nell’Oceano della consapevolezza, al di fuori del tempo e dello spazio. Questa meditazione trionfa nell’estasi, nell’ex stare, nella ex statis, la quale, dalle dimensioni dei sensi, dell’intelletto, dell’intuizione e della mente ci porta nel seno dell’Infinito, obliterata, anche se solo per poco tempo, ogni percezione limitata da nomi e da forme, e ci pianta nel giardino dell’Eternità e dell’Immortalità stessa.

(Anthony Elenjimittam, Psicologia dell’Autorealizzazione, pp. 23-24 -versione abbreviata e riveduta -).


(GENNAIO-MARZO 2011)

La meditazione Buddhista

Quando questa conoscenza, questa visione fu sorta in me, il mio cuore fu libero dall’ubriachezza del divenire, dell’ignoranza. In me, così liberato, sorse la certezza di questa liberazione. E seppi allora: “La rinascita è finita. La vita superiore è stata compiuta. Dopo questa vita non ce ne saranno altre”. Questa ultima visione raggiunsi nell’ultima veglia della notte. Sconfitta era l’ignoranza, sorse la visione, ed io ero là forte, luminoso, padrone sicuro di me.
- Buddha, Maha Sacciaka Sutta

La serietà è la via all’immortalità, la spensieratezza è la via della morte. Chi è in serietà non morrà; gli spensierati sono già morti.
- Asvaghosa – Risveglio della Fede

L’illuminazione è la più alta qualità della mente. Non appena essa è libera da tutti gli attributi della soggettività diviene simile allo spazio che tutto penetra, come unità del tutto. Ossia è l’universale dharmakaya di tutti i Thatagatha. Si dice che la moltitudine della gente manca di illuminazione perché tra essi prevale l’ignoranza di tutta l’eternità, perché c’è una costante successione di stati soggettivi confusi da cui non si sono mai emancipati.
- Dhammapada

 

L’importanza della meditazione nel monachesimo buddhista

La tecnica buddista della meditazione non ha altro scopo che quello di liberare l’uomo dalle limitazioni e dalle miserie della vita.

Questa filosofia empirica, questa psicologia utilitaria, questa etica redentrice non si presterà mai alle speculazioni quali l’origine del mondo, la creazione, il Dio personale, ed altri argomenti consimili che hanno un posto tanto importante nella religione e nelle teologie popolari. Quei monaci buddisti che seguono la via della più stretta disciplina ed il più stringente veicolo di salvazione praticano la meditazione come fondamento psicologico della religione e della via suprema verso l’illuminazione. Parlando con Malunkyaputta, il quale diceva: “Io non condurrò una vita religiosa sotto la guida del Bhagaván finché Bhagaván non mi abbia detto, sia in modo affermativo sia negativo, che il mondo è eterno o che non lo è”, il Buddha gli rispose:

È come se un uomo, colpito da una freccia intrisa di molto veleno dicesse agli amici, ai compagni ed a tutti i suoi che gli vogliono cercare un medico: “Non voglio che mi estraiate la feccia finché non mi sia stato detto se quell’uomo che mi ha ferito è un Khathrya o un Bramino…se è scuro o chiaro di pelle…di che paese o città è…”. Quell’uomo morrà e non lo avrà saputo.

La vita religiosa non dipende dal dogma dell’eternità del mondo o meno. Sia eterno o non, resta sempre la nascita, la vecchiaia, la morte, il dolore, il pianto e la disperazione che io insegno ad estinguere in questa vita…Non ho spiegato se il mondo sia finito o infinito, se i santi esistano dopo la morte…o non. E perché non ho spiegato questo, Malunkyaputta? Perché questo non è utile e non ha nulla a che fare con i fondamenti della religione, né cura l’avversione, né dà l’estinzione delle passioni, la quiete, le facoltà soprannaturali, la sapienza suprema e il Nirvana.

Che cosa ho insegnato io, Malunkyaputta? Il dolore, la causa del dolore e la cessazione del dolore, e la via che vi porta. E perché l’ ho spiegato, Malunkyaputta? Perché questo reca vantaggio, perché ha a che fare con i fondamenti della religione, e tende al distacco, all’assenza delle passioni, alla loro cessazione, alla quiete, alla conoscenza, alla sapienza suprema, al Nirvana; e perciò l’ ho insegnato. Mettiti dunque bene in mente ciò che non ho insegnato e ciò che ho insegnato.

(Maggihima Nikya, Sutta 63)

Le Quattro Nobili Verità e l’Ottuplice Sentiero sono quindi il centro e la circonferenza della religione Buddista ed il maggior tema di meditazione per i monaci. Gli altri temi sono solo ausiliari per capire le Quattro Nobili Verità e l’Ottuplice Sentiero. È come porre l’essenza del Cristianesimo nella crocifissione della carne e nella resurrezione dello Spirito che vi abita, che è il contenuto etico e pratico di esso.

Non fa meraviglia perciò che il Dhammapada sia divenuto il manuale di meditazione più popolare nei monasteri buddisti. In esso c’è un senso di urgenza, del ritorno ai fatti fondamentali e più universali della vita: il dolore, la malattia, la vecchiaia, la morte; il modo di liberarsi dallo loro presa sviluppando le forze spirituali latenti nell’uomo, nella Buddhi – Maha Bhodi – che è la sua coscienza illuminata, nella quale si trova il seme dell’immortalità, della vita e della gioia perenne, e qualcos’altro ancora che sfida ogni definizione, ogni descrizione; un’esperienza vitale che ci addita la via al Nirvana.

Il Buddismo è la religione più etica, psicologica e filosofica del mondo, ed ha, ebbe ed avrà da dare un gran contributo al patrimonio mondiale delle culture e delle civiltà.

Il più bel gioiello della sua corona è la sua insistenza sulla meditazione libera e senza pastoie, la sua indagine sui fatti della vita, e sulla saggezza che se ne deve trarre, senza ricorrere ad agenti esterni, a dei o altri intermediari. Nei monasteri buddisti si incoraggia più la meditazione individuale che non le pratiche collettive. Il sentiero alla perfezione buddista, lo stato di “Arhat” è la meditazione. (…) La meditazione è l’indicatore e la strada che porta alla gnosi che emancipa, che porta i suoi fedeli sulle rive del Nirvana.

Il monaco che medita e lotta duramente per raggiungere l’ideale della perfezione

1- è incapace di privare deliberatamente della vita ogni essere vivente;

2 - di prendere ciò che non gli è dato, il che sarebbe un furto;

3 - di impurità sessuale;

4 - di mentire volutamente;

5 - di accumulare ricchezze per avere piaceri mondani, come faceva nella vita a casa;

6 - di comportarsi male a causa di parzialità;

7 - di comportarsi male a causa di odio;

8 - di comportarsi male a causa di stoltezza;

9 - di comportarsi male a causa della paura.

Queste parole sui risultati pratici dell’atteggiamento del monaco sono attribuite al Buddha

(Anthony Elenjimittam, Esoterismo monastico, cristiano e indo-buddhista, pp.125 e 132-133).


(APRILE-GIUGNO 2011)

Guardare direttamente la mente

Il punto fondamentale di tutta la pratica nel bardo della meditazione sta nel

vedere chiaramente la natura della mente che ci è stata indicata. Non basta notare la presenza di pensieri ed emozioni. bisogna riconoscere la vera natura e poi rimanere in quell'esperienza.

Nella tradizione dello Dzogchen di Padmasambhava, "la chiara visione", o meditazione vipashyana, viene realizzata semplicemente restando in uno stato di nuda consapevolezza senza nessun pensiero o concetto.

Come si fa?

Prima di tutto portate la vostra consapevolezza sulla coscienza visiva e dirigete lo sguardo nello spazio vuoto di fronte a voi. Poi semplicemente rilassatevi senza alcuna fissazione.

Le istruzioni dicono:

"Portate la consapevolezza sugli occhi.

Dirigete lo sguardo nello spazio.

Riposando in modo rilassato, la saggezza sorgerà spontaneamente".

Rimanendo in uno stato di non distrazione, guardate con una mente vivida-

mente e acutamente concentrata, e rimanete in quell'esperienza senza aggiungervi nessun pensiero. Non è necessario ricordare a se stessi di essere calmi o lucidi, né tenere a mente alcuna istruzione.

Semplicemente guardate, liberi ogni pensiero.

(Dzogchen Ponlop Rinpoche, La mente oltre la morte, Ubaldini Editore , Roma 2009, pp.110-111).

(LUGLIO-SETTEMBRE 2011)

CONTEMPLAZIONE BUDDHISTA SULLA REALTÀ DELLA MORTE

Per prima cosa rimanete seduti in silenzio per cinque o dieci minuti, mentre ripetete mentalmente o ad alta voce: "La morte è reale, arriva senza preavviso e nessuno le sfugge. Il mio corpo diverrà presto un cadavere".

Pensate a qualcuno che è appena morto o è sul punto di morire, e analizzate le vostre emozioni. Avvertite il dispiacere provato nel perdere coloro che amate, oppure il sollievo nel caso di persone antipatiche od opprimenti, o l'indifferenza nel caso di chi non conoscete o di cui non v'importa nulla.

Pensate alla vostra morte. Non vi è dubbio che anche voi morireze. Immaginate che la morte sia proprio davanti a voi. Tanto vicina come se un assassino vi puntasse il coltello alla gola o foste in procinto di essere giustiziati.

Coltivate la presenza mentale e prestate attenzione.

Pensate agli amici che avete già perso e a quelli che perderete in futuro, perchè in effetti li perderete tutti quanti. Considerate poi i beni che vi siete procurati con tanto desiderio, nessuno dei quali, presto, sarà più vostro. Senza dimenticare i progetti che non porterete mai a termine, i luoghi che non riuscirete a visitare e le risposte che attenderete invano.

Pensate al vostro corpo, a come stia invecchiando, a come sia soggetto alla malattia e allo stress. Ricordate che un giorno lo perderete, e che diverrà freddo e rigido, un cadavere da seppellire o cremare.

Tenete a mente che la morte arriva per tutti. Ricco o povero, famoso o sconosciuto...

Considerate la durata limitata della vostra vita, come rapidamente essa trascorra. A questo punto immaginatevi alla fine dei vostri giorni, adesso supponete che alla vostra morte manchino solo ore, arriverà oggi stesso e la sentite arrivare.

Lasciate ora che s'accosti sempre più, fino all'istante in cui esalerete l'ultimo respiro. Pensate alla brevità di quell'attimo.

Restate ora seduti cogliendo l'andare e il venire dei vostri respiri.

Avvertite il momento di sospensione tra un respiro e l'altro. Notate come ad ogni istante, a ogni respiro, voi entriate in rapporto con la vostra morte, e rimanete in contatto con la semplicità di tale esperienza.

Alla fine ripetete tre volte: "Avendo contemplato la realtà della morte, possa io affrontarla senza timore e aiutare gli altri in questo difficile momento di transizione. Possa io prendere parte pienamente all'incessante danza della vita e della morte. Possa io non dimenticare mai la preziosità della vita.

(J.L. Lief, Fare amicizia con la morte, traduzione di Cristiana Tretti, Astrolabio Ubaldini,
Roma 2007, pp.155-156; 70-71).

Esoterismo monastico, cristiano e indo-buddista, Edizioni Sat Cit Ananda, Assisi 1974, pp.125 e 132-133.


[1] Termine filosofico dal greco: numeno, o noumeno significa: ciò che è concepito dalla mente. In pratica ciò che è concepito dalla mente razionale in opposizione al mondo fenomenico concepito dai sensi (n.d.c.).

[1] Aggancio del curatore alle frasi precedenti.